Il tarantismo è un fenomeno musicale e storico-religioso che ha funzionato come strumento di reintegrazione per individui in “crisi della presenza”. È caratterizzato dal simbolismo di un ragno[1] (una tarantola o taranta, da cui tarantella o ‘danza della piccola taranta’) che morde e avvelena, e da un rito officiato da musicistə specializzatə nel guarire questi ‘morsi’. Questa singolare sindrome colpiva soprattutto i contadini e le contadine durante il periodo della mietitura, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate. Le persone ‘morsicate dal ragno’ (metaforicamente, simbolicamente o realmente) venivano possedute da un demone femminile – la taranta, appunto – e colte da crisi maniaco-depressive che potevano sprofondarle in stati di parossismo o di noia catatonica, dalle quali si risvegliavano solo tramite un esorcismo musicale, una meloterapia al suono di una determinata musica alla quale fosse sensibile quel particolare tipo di ragno o di essere che si era impossessato della persona. La taranta, così, danzava, e con essa danzava la persona in cui era penetrata, fino all’espulsione del veleno dal corpo del/della posseduta. La cura trasformava lo spirito possessore in spirito protettore, mutando un conflitto in alleanza. Le tarante erano datrici di follia, ma offrivano anche un piano cerimoniale per guarire ‘danzando il ragno’, o dialogando, o patteggiando con essa durante il rito, in una momentanea sospensione delle regole sociali; e se il rito permetteva la trasformazione dei fattori depressivi e di affrontare la crisi, il morso poteva dare poteri di chiaroveggenza.
Oggi il tarantismo è associato alla Puglia salentina, grazie agli studi di Ernesto De Martino e dalla sua équipe (1959) che hanno reso ‘famosi’ i tarantati pugliesi; ma il tarantismo è stato documentato anche in Campania, dove non c’erano santi (come Paolo, il cui patronato sul tarantismo appare un fenomeno limitato a Galatina – e solo a partire dal ‘700) e neanche chiese o cappelle dedicate al rito. Il tarantismo è stato in realtà un fenomeno comune a tutta l’Italia meridionale e alla Sicilia, ad alcune regioni della Spagna mediterranea e alla Sardegna; forme di possessione curate con la musica si ritrovano anche nella costa mediterranea dell’Africa.
Quali sono le caratteristiche proprie del tarantismo?
In SALENTO il ragno – che ha un legame con le anime dei defunti – domina la volontà del/la tarantatə; può essere una taranta libertina (che ispira comportamenti lascivi e necessita di una tarantella orgiastica), una taranta tempestosa (che ispira comportamenti aggressivi), una taranta melanconica (che richiede nenie funebri) o una taranta triste, muta, dormiente, o sorda; oppure una taranta acquarola (che ha un particolare legame con l’acqua).
Nel TARANTISMO CAMPANO troviamo tarantole bambine da cullare; tarantole signorine/zitelle; tarantole ballerine; signore o spose; partorienti, che provocano le doglie; vedove che portano dolore e lacrime e lamenti funebri; tarantole vecchie, che portano freddo e hanno bisogno, come le bambine, di essere cullate e di aver cantate le ninne.
Nell’ARGISMO SARDO le arge (ragni o formiche variopinte) erano ‘anime male’: cioè persone che un tempo al Corpus Domini avevano continuato a ballare rifiutandosi di inchinarsi al passaggio della processione, e vennero dunque maledette dal Cristo.
Anche in SICILIA attraverso i suoni si “diagnosticava” il tipo di tarantola responsabile del morso: se il paziente guariva mentre veniva cullato al canto della ninnananna si trattava di taràntula nacalora, se si scatenava invece in una danza frenetica e liberatoria era taràntula bballirina. Il padre gesuita Athanasius Kircher, nel suo trattato Magnes sive de arte magnetica (1641), osservava che il «celeberrimo ritmo siculo detto ottava siciliana ha il mirabile potere di placare i tarantati».
Per preparare il rito del tarantismo era necessario ricreare il ‘setting’ del ‘primo morso’. Il luogo scelto, prima che il rito si trasformasse in terapia domiciliare, poteva essere un crocicchio o un luogo legato all’acqua (un pozzo, una fonte, il mare); se non si fosse potuto raggiungere tale luogo, si sarebbero allestiti mastelli, bacili, vasi, buche scavate per terra e riempite d’acqua: per le/i tarantatə bagnarsi nell’acqua era questione di vita o di morte.
Alcuni tabù alimentari dovevano essere rispettati all’arrivo della stagione cerimoniale, insieme all’astinenza sessuale.
Oltre all’acqua in cui immergersi, altri oggetti rituali dovevano essere preparati: stoffe/nastri colorati per coprire le pareti; uno specchio in cui era possibile vedere la taranta in forma di donna (e dunque riconoscerla e affrontarla nel giusto modo); erbe (basilico, menta, cedrina, ruta, foglie di vite, rami di prugne…); una fune appesa al soffitto per dondolarsi; una spada/pugnale con cui danzare; abiti da sposa, da lutto, da maschio per le donne e viceversa (secondo un meccanismo proprio dei riti di inversione dei ruoli sessuali e travestitismo rituale).
La TERAPIA consisteva in una esplorazione musicale (tra decine di viersi o musiche o canti) e cromatica; una volta identificata la taranta (attraverso musica / colore / specchio) poteva iniziare il percorso di liberazione.
Le PRATICHE utilizzate, insieme alla meloterapia, potevano comprendere riproduzioni rituali della nascita/morte (mettere il/la malatə in un forno tiepido; esporsi ai vapori; essere sepolti nella terra o nel concime; lanciarsi e rivoltarsi nei pozzi, nelle fonti anche d’acqua calda o in mare); mettere in scena un parto simbolico; ritornare infanti dondolando – per ore – su una fune sospesa tra le travi o venendo cullati; pratiche di movimento ritmico intenso: correre, trottare, danzare giri vorticosi o riproducendo la scena del morso; poteva essere usata una parola rituale in forma di invocazioni, maledizioni, pianto e riso, nominando la taranta (che ha sempre nome di donna); sesso rituale con pantomime erotiche, esibizione di parti intime, oscenità, o al contrario rifiuto del sesso; messa in scena di pratiche lamentatorie, come strapparsi i capelli, gridare, percuotersi, piangere, darsi colpi al petto.
La comunità supportava: suonando o pagando i suonatori, danzando per aiutare a prendere il ritmo, preparando lo spazio e offrendo gli oggetti rituali necessari, preparando il cibo, prendendosi cura dell’infermə.
Secondo De Martino il sistema mitico-rituale del tarantismo è in continuità con riti più antichi e con importanti antecedenti storici come le pratiche precristiane della mania telestica[2] diffuse nell’antica Apulia; una mania associata, secondo Platone, a Dioniso e alle sue Baccanti. Dioniso era il dio più importante della regione tarantina, ma era in realtà venerato in tutto il Meridione e in Sicilia molto più che nella ‘madrepatria’ greca: i ceramisti locali raffigurano innumerevoli scene orgiastiche e dionisiache in cui Menadi e Baccanti conducevano – danzando e suonando tympana – un culto estatico che favoriva la trance musicale e religiosa e rendeva possibile la possessione divina. A fianco dei culti dionisiaci del Meridione troviamo però anche altri contesti in cui è presente l’uso dei tamburi e della danza: il culto di Persephone, estremamente diffuso sia in Magna Grecia che in Sicilia (nella mitologia orfica la dea è madre di Dioniso). La Sicilia è la terra eletta di Demetra e Kore, e i tympana sono strumenti propri anche del culto delle dee doppie e del loro corteggio di Ninfe.
Gli elementi fin qui raccolti ci permettono dunque di comparare i riti legati alle Baccanti con il tarantismo, e di comparare entrambi con le pratiche sciamaniche di altre tradizioni culturali. Fonti d’acqua, danza, musica e tamburi a cornice, piante sacre e sostanze inebrianti che innescano stati non ordinari di coscienza dai quali possono scaturire visioni “profetiche” o “poetiche” sono elementi comuni tra pratiche sciamaniche, dionisismo, ninfolessia e tarantismo: pratiche cultuali che, alla loro origine, sembrerebbero tutte nate e gestite da donne.
Questi culti dai caratteri peculiari hanno evidentemente subito trasformazioni nel corso delle epoche storiche, dando luogo anche a sincretismi che si basano sulla potenza terapeutica della musica e della danza di riconfigurare l’insorgenza di una crisi di passaggio, di una crisi sociale, o di una crisi esistenziale. Da questi sincretismi è lecito ritenere che si origini il ‘moderno’ tarantismo, un fenomeno che ha fatto parte di un mondo simbolico, rituale e storico ben più vasto della sola questione del morso della tarantola che innesca una ‘possessione’, che oggi è una sopravvivenza trasformata in patologia dallo scontro con il cristianesimo.
Il cristianesimo e la Santa Inquisizione hanno interrotto – in alcuni casi drasticamente – questa linea di continuità, ma determinati tratti caratteristici ci permettono di riconoscere la persistenza di queste forme rituali con fenomeni cultuali ancor oggi presenti sul territorio del Meridione, al di là delle trasformazioni. Queste persistenze sono state possibili solo a patto di epurare le pratiche cultuali da tutto ciò che la religione cristiana non ha ritenuto accettabile.
«Nec arbores debent Christiani vota reddere nec ad fontem orare»
Sancti Cesarii Arelatensis, Sermones. LIV, 5-6 (‘i cristiani non devono offrire voti agli alberi né pregare le fonti’).
Secondo padre Kircher il tarantismo racconterebbe storie di «iucunda miseria», o di «carnevaletti di donne». Sarebbe invece necessario porre in evidenza la sua straordinaria funzione sociale e culturale: nato verosimilmente come rito di passaggio iniziatico e trasformatosi, una volta cambiata la religione dominante, in rito di possessione e percorso di guarigione, è un cerimoniale necessario (lo testimonia la sua capacità di persistenza attraverso i secoli) che ha dovuto adattarsi e trasformarsi per sopravvivere.
Ernesto De Martino ha osservato che il “morso” ha un valore essenzialmente simbolico, e che la cura fondata sulla musica e sulla danza offre uno scenario ideale all’esternazione di un disagio soprattutto emotivo e psicologico che finisce per innestarsi sul piano ficico. Piangendo o ridendo, strisciando a terra imitando il procedere della tarantola o danzando in tondo per calpestarla, oscillando o saltando, correndo o immergendosi nell’acqua si trasforma lo stato delle cose, si transita a un nuovo ordine dettato dal canto e dalla danza. La “crisi” trova nella danza una sopportabile “misura”, transitando dal piano della realtà ordinaria a quello di stati non ordinari di coscienza che aprono porte verso altri – trasformativi – piani di realtà.
Vedi BIBLIOGRAFIA sul TARANTISMO
[1] Talvolta si tratta di altri insetti o di rettili.
[2] Nel Fedro, Platone, per bocca di Socrate, parla di due forme di mania: una patologica «derivante da malattie umane, l’altra, invece, derivante da un divino mutamento radicale delle comuni consuetudini». Platone descrive la mania divina secondo quattro modelli:
Il primo o degli oracoli e delle profezie: “I beni più grandi ci vengono dalla mania, in virtù di un dono divino” (la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, la Sibilla e tuttə coloro che si avvalgono dell’arte mantica).
Il secondo modello o telestico, cioè rituale o cultuale, legato a Dioniso.
Il terzo modello riguarda la poetica o l’arte: la mania proveniente dalle Muse.
Il quarto modello, quella della mania erotica, legata ad Afrodite e a Eros.